La sfida della periferia

All’università ho fatto diversi esami appassionanti sul disegno della città, dalla protostoria babilonese fino alle visioni espansionistiche del secolo scorso. La mia tesi, sul recupero abitativo e sociale di una grande archeologia industriale sette-ottocentesca (la fabbrica di laterizi ‘Brunelleschi’ vicino Firenze), mi ha permesso di ampliare la nozione di complessità intorno alla ri-vitalizzazione di un pezzo di città, quello che in gergo viene definito un vuoto urbano. Ma io non mi reputo un urbanista. Al massimo un osservatore curioso, sempre alla ricerca delle relazioni, umane e non, che mi possono stimolare, trasformare, sostenere nello spazio-tempo che sto attraversando.

“Al di là dell’idea di giusto e sbagliato, c’è un campo, incontriamoci là.” Così scriveva Jalal ad-Din Rumi, poeta sufi persiano, intorno al 1200. Quest’uomo, nato poco prima del ‘nostro’ Dante non era certamente un urbanista, anche perché queste definizioni specialistiche ce le siamo inventate con l’industrializzazione e il bisogno di separare le cose, comprese le persone… eppure in questo campo, luogo di incontro, continuo a sentire il fuoco vivo del mondo. È la periferia tra me e l’altro da me. È dove nascono le cose. È la mescolanza tra due ecosistemi che vedendosi e scambiandosi riconoscono l’altro e sé stesso nel medesimo istante. Quando questo avviene (ma non è per niente scontato) si sente nell’aria il profumo della vita, di quel qualcosa in più che serve ad entrambi. Ai permacultori questo è abbastanza chiaro: è il margine, quel luogo dove si manifesta un terzo ecosistema che connette ed equilibra gli altri.

Ecco perché ci vogliono più permacultori!

La periferia richiama un luogo triste, sporco, insicuro, mal costruito e ancor peggio vissuto… sembra sia stato progettato già decadente. Nell’immaginario collettivo nessuno vorrebbe vivere in periferia: ci sta chi non ha soldi per stare in campagna o in centro.

Ma potrebbe essere lo specchio di un campo periferico come luogo astratto: mi posso sentire nella periferia di un gruppo di persone ad una festa e anche rispetto al mio ‘io’ più intimo, quello con quel carattere così difficile da accettare… che mi mette di fronte ai miei limiti.

Saper riconoscere la periferia e valorizzarla è la nostra sfida. Non so neanche io da dove partire, ma possiamo forse cominciare ad allenarci facendo dei viaggi nei sobborghi di grandi città invece di andare a visitare i soliti monumenti del centro storico, oppure evitando la veloce autostrada per imbatterci nelle aree industriali di molti paesini di fondovalle e contemplarne l’abbandono e la natura che, a fatica, se né re-impossessa lentamente ma inesorabilmente.

Oppure possiamo restare in ascolto di una persona che ci sembra incredibilmente lontana dalla ragione o dal nostro pensiero. Provare a immedesimarci, cambiare idea e cercare quel campo (periferico) in cui incontrare qualcosa di nuovo, inaspettato e bello.

In questa ricerca probabilmente ci assalirà una domanda: come possiamo da soli portare un cambiamento?

Io non lo so, ma ci invito a restare seduti insieme a questo dubbio, almeno per un po’, restando pronti fino alla prossima volta in cui qualcuno o qualcosa vorrà incontrarci là.

Sauro Guarnieri

La foto di copertina è di un cantiere urbano a Lisbona, settembre 2019.

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