Orti sui tetti. Una soluzione sostenibile al problema della fame?

di Caroline Sanchez. Per l’articolo completo e gli approfondimenti bibliografici visitate questa pagina

“World population prospects 2019” è il rapporto delle Nazione Unite sulla crescita demografica. I dati stimano una crescita della popolazione mondiale che raggiungerà i 9.7 miliardi di persone entro il 2050. Per sfamare tutti, la FAO afferma che la produzione alimentare deve aumentare del 70%. Questa previsione tiene conto anche di tutte le persone che attualmente soffrono di denutrizione e malnutrizione. Il rapporto della FAO sullo “stato della sicurezza alimentare nel mondo” indica che, ad oggi, oltre 820 milioni di persone soffrono di fame. Questo numero corrisponde ad una persona su nove. Il maggior numero di persone affamate si trova in Africa, Asia e America Latina, ma nessun paese può dirsi esente da problemi di mal nutrizione. Infatti oltre due miliardi di persone non hanno accesso regolare ad alimenti sufficientemente sani e nutrizionalmente completi. Vi è un crescente consenso, all’interno della letteratura scientifica, sul fatto che la priorità debba essere data a migliorare la disponibilità e l’accessibilità al cibo, piuttosto che ad aumentarne la produzione. Parte di questo approccio passa per l’adozione di misure anti-spreco, che, ad oggi, ammonta al 25-30% del totale di cibo prodotto. Infatti è possibile aumentare la produzione alimentare in modo sostenibile, ma se il problema degli sprechi non viene affrontato, l’intensificazione della produzione porterà all’intensificazione degli sprechi e delle perdite alimentari.

L’agricoltura è fra le principali cause di emissioni di gas ad effetto serra e ha avuto un forte impatto sugli ecosistemi e sulle terre naturali. La conversione delle terre naturali in terre agricole è fra le prime cause di perdita di biodiversità, che si può definire come la nostra “polizza assicurativa naturale” contro i cambiamenti climatici. Date queste premesse, aumentare la produzione senza impattare negativamente sulle risorse naturali e minimizzando gli sprechi risulta una necessità.

In questo articolo si parlerà di agricoltura urbana e in particolare di orti sui tetti, come risposta multi-funzionale a questa esigenza.

Agricoltura urbana

Una grande sfida per il 21esimo secolo è l’integrazione della città e della campagna. Con le parole di Angotti, “ciò richiede nuove teorie e pratiche che imparano dalle forme più sostenibili […] della produzione agricola del passato, inventando nuovi approcci economici, sociali e politici per la terra urbana”.

L’agricoltura urbana è definita come la produzione di beni agricoli nell’area urbana e peri-urbana. Utilizza risorse locali, produce per i cittadini ed è soggetta alle condizioni urbane, quindi alle politiche e ai prezzi della città. Nonostante vi siano casi di investitori in forme intensive, nei paesi in via di sviluppo, l’agricoltura urbana, è principalmente esercitata dalla classe medio-bassa.

Orti sui tetti
Milano

Fra i tipi di agricoltura sui tetti, l’orto sul tetto “open-air” è il più comune e il più economico in termini di fabbisogno energetico e di investimento economico. Un caso studio condotto a Bologna mostra come, rispetto ad altri tipi di agricoltura urbana, la produzione degli orti sui tetti fosse la metodologia più sostenibile. L’analisi è stata condotta seguendo i termini di valutazione e costi del ciclo di vita (Life cycle assessment). Questo tipo di analisi studia, come già indica il nome, il ciclo intero di produzione e vita di un oggetto per verificarne in-toto la sostenibilità, ambientale ed economica. Lo studio ha inizialmente confrontato due tipi di produzione di pomodoro; una a Barcellona, avvenuta in serra sui tetti e una avvenuta in modo tradizionale ad Almeria. La produzione sul tetto è stata più sostenibile del 33% e più economica del 21% rispetto a quella tradizionale. Il secondo confronto è avvenuto fra la produzione sui tetti in serra di pomodoro di Barcellona con la produzione di pomodoro sul tetto all’aperto di Bologna. In questo caso, la produzione di Bologna è stata 3 volte più sostenibile e 3,5 volte più economica della produzione in serra di Barcellona.

Generalmente i i potenziali benefici degli orti sui tetti variano a seconda del sistema di coltivazione, della località e del suolo scelto. Per ottimizzare la produzione, sia da un punto di vista ambientale che da un punto di vista economico, la progettazione degli orti sui tetti dev’essere basata sulle risorse locali. Le linee guida raccomandano che la pianificazione delle colture si concentri sulla selezione degli ortaggi e stabilisca periodi di coltura per diversificare la produzione durante i cicli primavera-estate e autunno-inverno, producendo così tutto l’anno e riducendo gli impatti ambientali e i costi delle colture.

Bologna


Un grande vantaggio degli orti sui tetti è il potenziale riciclo dei rifiuti organici locali, da utilizzare come compost. Questo processo potrebbe apportare benefici significativi come l’eliminazione dei costi e dei gas serra derivanti dal trasporto e dal trattamento dei rifiuti, trasformando, in parte, la città in un sistema a circuito chiuso. Altri vantaggi ambientali ed economici derivano dalla moderazione del flusso di calore data dagli effetti dell’ombreggiatura e dall’isolamento derivante dal suolo dell’orto che contribuiscono a ridurre il fabbisogno energetico per il condizionamento dello spazio interno all’edificio, specialmente in primavera ed estate. Inoltre gli orti sul tetto, in particolare il suolo, ritardano il flusso dell’acqua piovana riducendone la velocità e il volume. Ciò risulta altamente vantaggioso per quanto riguarda la gestione dell’acqua piovana e le strategie di adattamento all’interno delle città. A questo proposito è anche possibile convertire gli orti sui tetti in sistemi di fitodepurazione delle acque grigie, che consentirebbero la riduzione dell’uso di acqua potabile ove non necessaria. Gli orti sui tetti aggiungono valore ad un luogo che non avrebbe potuto generare nessun altro tipo di reddito e inoltre, in paesi come UK e Italia, possono alleviare le lunghe liste di attesa per l’assegnazione di lotti fornendo spazi agricoli accessibili per persone a mobilità ridotta. Una potenziale limitazione alla costruzione di orti sui tetti è data dagli investimenti iniziali e dai successivi costi di manutenzione. Infatti, sebbene gli orti sui tetti si rivelino una delle metodologie di agricoltura urbana più economiche, è necessario un capitale iniziale che può variare in base all’area e alle risorse locali. Fra i costi di manutenzione sono comprese anche le analisi periodiche del suolo, che non deve superare le soglie di contaminazione, continentale o nazionale, da metalli pesanti. La contaminazione è probabile che si verifichi nel corso di un decennio. A questo proposito sono stati condotti studi che hanno analizzato il terreno di undici orti sui tetti situato a Parigi. L’esperimento è durato due anni e sono state ricercate le tracce di cinque metalli pesanti. In tutti e cinque i casi i valori dei metalli erano al di sotto dello standard europeo e dall’inizio alla fine dell’esperimento non sono stati registrati cambiamenti significativi nella quantità di concentrazione. Tuttavia, si potrebbe sostenere che, per ottenere un quadro davvero completo, questo studio sarebbe dovuto durare almeno dieci anni. A proposito dei metalli pesanti è urgente sottolineare la mancanza, in alcune aree del globo, di norme precise in merito ai livelli di accettazione della contaminazione del suolo: la mancanza di queste specifiche leggi potrebbe incoraggiare la produzione di alimenti dannosi.

Denutrizione e malnutrizione: perché gli orti sui tetti possono essere considerati una possibile parte della soluzione

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura ha stimato che per nutrire il mondo, compresi i 2 miliardi di persone in più che popoleranno la terra entro il 2050, la produzione dovrà aumentare del 70%. Il ruolo degli orti sui tetti si inserisce in questo contesto come risposta sostenibile a questa necessità.

Gaza
  1. Gli orti sui tetti possono contribuire alla sicurezza alimentare
    Un caso studio condotto a Bologna ha analizzato la produttività degli orti sui tetti nella zona del mediterraneo. La stima è stata determinata attraverso test sperimentali su un orto sul tetto pilota per la durata di tre anni. Il progetto pilota è stato idealmente esteso per 82 ettari, ovvero la stima dell’area urbana che avrebbe potuto consentire la costruzione di orti sui tetti. Se quindi l’intera superficie dei tetti piani urbani (82 ettari) avesse ospitato un orto sul tetto, la loro produzione avrebbe potuto provvedere al 77% del fabbisogno di ortaggi dell’intera città di Bologna. Un altro caso studio condotto a Rio de Janeiro ha seguito il modello di analisi di Bologna. Hanno valutato che l’area netta urbana che avrebbe potuto ospitare gli orti sui tetti corrispondeva a 899,9 ettari. Questa zona avrebbe potuto produrre circa 134.985 tonnellate di verdura all’anno, ovvero il 39,2% del fabbisogno annuale di ortaggi di tutta Rio de Janeiro. Dati questi casi studio, non sembra azzardato affermare che gli orti sui tetti possano significativamente contribuire alla sicurezza alimentare.

  2. La produzione sui tetti “ricicla” uno spazio inutilizzato e aumenta la biodiversità locale
    Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una drastica perdita di biodiversità dovuta principalmente alla conversione di terre naturali a terre ad uso agricolo. La biodiversità è strettamente legata ai “servizi ecosistemici”, al controllo naturale dei parassiti, all’impollinazione e al ciclo dei nutrienti. Proprio per questo viene definita come “la nostra polizza assicurativa naturale” contro i cambiamenti climatici. La perdita di biodiversità aumenta la vulnerabilità alle catastrofi naturali che, a causa del cambiamento climatico, diverranno sempre più frequenti e gravi. Date queste premesse, la scelta di produrre cibo riciclando spazi urbani e senza ulteriormente compromettere le risorse naturali, risulta sostenibile e multifunzionale. Infatti, se da un lato gli orti sul tetto riescono a produrre cibo senza ulteriore sottrazione delle terre naturali, dall’altro aggiungono resilienza agli edifici urbani offrendo servizi di adattamento alle vulnerabilità climatiche. Inoltre è stato dimostrato il potenziale degli orti sui tetti di aumentare la biodiversità locale e di essere in grado di farlo anche in presenza di gravi limiti di spazio.

  3. Le perdite alimentare sono significativamente limitate e gli sprechi alimentari possono essere integrati in un sistema a ciclo chiuso
    La letteratura divide fra “perdite alimentari”, che si verificano nelle prime fasi della filiera agroalimentare (raccolta/post-raccolta/distribuzione) e “rifiuti alimentari”, che si verificano invece nell’ultima fase. Ogni anno circa un terzo della produzione alimentare mondiale viene sprecata lungo tutta la filiera. Per quanto riguarda le prime fasi della filiera, le lunghe distanze, le strade dissestate, camion scarsamente mantenuti e la mancanza di celle frigorifere, comportano perdite sostanziali che si aggirano attorno al 30-50% della produzione. Questa perdita, inserita in un contesto di produzione locale, sussisterebbe in quantità significativamente ridotte, in quanto il cibo non richiederebbe più lunghi trasporti e periodi di conservazione. Inoltre, limitando la necessità di trasporto e imballaggio, le emissioni risultanti da questi processi sarebbero notevolmente ridotte. Per quanto riguarda il problema degli sprechi alimentari, tipico dei paesi industrializzati e poco significativo nei paesi in via di sviluppo, potrebbe essere incluso in un sistema di riciclaggio chiuso attraverso la trasformazione dei rifiuti organici in compost, che verrebbe utilizzato per fertilizzare il suolo degli orti stessi.

  4. Circolo virtuoso: la riduzione della povertà
    Nei paesi in via di sviluppo una delle principali cause di denutrizione e malnutrizione è la povertà. L’agricoltura urbana svolge un ruolo significativo come strategia di sopravvivenza per questi paesi. Quando le famiglie producono di più di quanto consumano, l’eccedenza può diventare un reddito. I dati relativi al surplus di reddito, relativi a varie città africane, mostrano che le famiglie riescono a guadagnare fra i 30-70 dollari statunitensi con opportunità di crescita. In questi paesi, i salari mensili medi vanno dai 20 ai 40 dollari al mese. Nel caso di crescita dell’attività, sopraggiunge l’opportunità di generare lavoro per altre famiglie, creando così, un circolo virtuoso di riduzione della povertà, generazione di lavoro e accessibilità a cibo fresco. A L’Avana 26000 persone sono coinvolte in lavori legati all’agricoltura urbana. 

Kyoto

Gli orti sui tetti, inseriti nella cornice globale della denutrizione e della malnutrizione, risultano portare numerosi benefici. Possono, infatti, contribuire alla sicurezza alimentare senza inficiare negativamente sul capitale naturale e contemporaneamente contribuire ad aumentare la biodiversità. La produzione locale limita le perdite alimentari e reintroduce i rifiuti alimentari nel suolo degli orti stessi. Gli orti sui tetti influenzano positivamente la società, l’economia, l’adattabilità e la resilienza ai cambiamenti climatici. A livello socio-economico, è possibile la generazione di un circolo virtuoso che verte a ridurre la povertà, grazie alla generazione di lavoro per i cittadini e l’offerta di cibi freschi sani ed economicamente accessibili. In termini di economia ed adattabilità, un edificio che ospita degli orti sul tetto può beneficiare della moderazione del flusso di calore i cui effetti positivi sono elencati nel testo. Fra questi, i più significativi sono la diminuzione dei costi di condizionamento e la conseguente riduzione di emissioni.

Limitazioni

Il saggio si è concentrato deliberatamente sulla produzione “open-air” degli orti sui tetti, in quanto, questo tipo di produzione, offre maggiori possibilità in termini di velocità di attuazione e costi. Nell’analisi è stata quindi trascurata la produzione sul tetto in serra che, nei paesi freddi, potrebbe offrire opportunità ai quale la produzione all’aperto non sarebbe in grado di far fronte.


Caroline Sanchez, laureata in filosofia, studia produzione sostenibile di cibo e gestione delle risorse naturali al Centre for Alternative Technology (UK). La sua passione è la sostenibilità applicata alla tutela delle culture indigene. Attualmente fa parte, in veste di sustainable food consultant, della realizzazione di un ecovillaggio e una scuola in British Columbia, per la popolazione nativa del Bear Clan.

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